Inv. OA-9144
Gloria di angeli e tetragramma biblico
| Autore: | Domenico Beccafumi detto Mecherino, Francesco Mazzuoli |
|---|---|
| Oggetto: | dipinto |
| Materia e tecnica: | pittura a fresco |
| Data: | XVI (1535-1544) |
| Provenienza: | Cattedrale di S. Maria Assunta, Altare maggiore. Dal 1506 la pala fu appesa a una parete del transetto sinistro. Nel 1771 la tavola fu segata in due, la parte anteriore fu collocata nella cappella di sant'Ansano, la parte posteriore nella cappella di san Vittore, i pannelli delle predelle e dei coronamenti furono posti in sacrestia |
| Committenza: | Francesco Tolomei, rettore dell'Opera (1535) |
Descrizione
Attraverso il grandioso e agitato trionfo d'angeli del catino Beccafumi andò a rompere i ponti con un passato al quale restavano fedeli, negli stessi anni, Bartolomeo Neroni e Giorgio di Giovanni, continuando a predisporre le absidi figurate e spartite all'antica, sul modello di quelle messe a punto dal Peruzzi a Roma. Con quel sovrabbondante e disordinato ammassarsi di celestiali figure, che pare precorrere il fasto della grande decorazione parietale seicentesca allo stesso modo di una cupola correggesca, Domenico dovette riprendersi una vera e propria rivincita nei confronti di chi, nel corso degli anni '20, non aveva saputo apprezzare la "pioggia d'ignudi" della prima versione della pala di San Michele per la Chiesa di San Niccolò al Carmine. Al tempo dell'esecuzione delle pitture dell'abside, l'indisciplinata gloria beccafumiana poteva essere guardata con occhi diversi, dopo che Michelangelo aveva inaugurato nel 1541 il Giudizio della Sistina. Nella centina ricorre il motivo espressivo della figura serpentinata, poi assorbito dall'allievo Marco Pino. Il tetragramma biblico circonfuso di luce, i nembi trafitti dai raggi e i due angioletti inferiori sono opera del restauratore Francesco Mazzuoli (1812). Al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi si conserva un piccolo studio con "Teste di angeli" (1511 E), tradotto in pittura in un'area del fianco destro della conca.
Notizie storico-critiche
Nel corso del 1535, mentre procedeva il lavoro di muratura del catino absidale e del relativo cornicione, Domenico Beccafumi fu coinvolto dall'Opera del Duomo per l'ammodernamento dell'abside del presbiterio del Duomo, anche conosciuta come "nicchio", riscrivendo quasi completamente il progetto peruzziano (ante 1536). I pagamenti si susseguono fino al maggio del 1544, puntualmente registrati dai camerlenghi della Metropolitana. Come attestato dai documenti d'archivio, il Mecherino fu aiutato da Marco Pino, fedele garzone, per il quale la tribuna dovette risultare una fondamentale palestra. A questa impresa Giorgio Vasari avrebbe presto dedicato alcune righe nella biografia mecarinesca dell'edizione giuntina delle Vite (Le Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori nelle redazioni del 1550 e 1568, a cura di Rosanna Bettarini e Paola Barocchi, Firenze, Sansoni, 1966-1987, vol. V., p. 175-176), producendo un giudizio severo. Per tale motivo, la decorazione dell'abside ha finito per godere di limitata stima presso la letteratura artistica senese dei secoli successivi e conseguentemente ha condotto a una generale valutazione negativa dell'estrema attività del maestro (Landi, Pecci, della Valle, Romagnoli), contraddetta solamente dall'Ugurgieri Azzolini e da Giulio Mancini. La descrizione vasariana è preziosa per recuperare l'aspetto originale dell'insieme pittorico, che oggi appare pesantemente manomesso in seguito ai danni arrecati all'abside dal violento sisma che colpì la città di Siena nel 1798. Ettore Romagnoli racconta che la figura di Cristo, un tempo al centro della gloria d'angeli del catino, fu sostituita nel 1812 da una Gloria di Francesco Mazzuoli e che in luogo dell'affresco con la Madonna e i Santi Pietro e Giovanni (più probabilmente Paolo), anch'esso perito, si optò per la tela di Bartolomeo Cesi con l'Assunzione della Vergine (Biografia cronologica de' bellartisti senesi, Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, mss L.II.1-13, Firenze, SPES, 1976, vol. XII, pp. 443-447). Con gli interventi ottocenteschi, si scompaginò l'intero programma iconografico cinquecentesco, laddove l'Ascensione di Cristo sul fondale del Duomo faceva da scenario all'effusio sanguinis del tabernacolo vecchiettesco e andava a connettersi visivamente con l'apoteosi di Maria illustrata nella vetrata di Duccio. Il riadattamento della tela del Cesi finì per raddoppiare le figure degli apostoli e le immagini dell'Assunta già presenti in cattedrale. Per l'abbondante utilizzo dello stucco dorato e la resa pittorica delle figurazioni, esito del soggiorno genovese nel cantiere di Palazzo doria, la decorazione plastica dell'abside dovette apparire di grande novità in una Siena abituata alle fedeli riletture dell'antico offerte dai Marrina.
