Inv. OA-9606
Incoronazione di papa Pio III (Francesco Todeschini Piccolomini)
| Autore: | Bernardino di Betto detto Pinturicchio |
|---|---|
| Oggetto: | dipinto |
| Materia e tecnica: | pittura a fresco, stucco policromo, pastiglia dorata |
| Data: | XVI (1503-1508) |
| Collocazione: | Cattedrale di S. Maria Assunta, Navata sinistra del Duomo di Siena, sulla parete sopra la mostra marmorea d'accesso alla Libreria Piccolomini |
| Provenienza: | Cattedrale di S. Maria Assunta, Altare maggiore. Dal 1506 la pala fu appesa a una parete del transetto sinistro. Nel 1771 la tavola fu segata in due, la parte anteriore fu collocata nella cappella di sant'Ansano, la parte posteriore nella cappella di san Vittore, i pannelli delle predelle e dei coronamenti furono posti in sacrestia |
Descrizione
Prima di intraprendere le Storie di Pio II, Pinturicchio eseguì il grande affresco con l'incoronazione di Pio III, che sovrasta il prospetto marmoreo della Libreria. L'opera fu paragonata da Corrado Ricci (1912) a una sinfonia che precede l'opera e che già ne contiene ed esprime le idee principali. Secondo il Carli sussisterebbero lievi stonature, che non si possono imputare ai ritocchi di Marco Pino (1586) e ai reaturi eseguiti nel 1812 da Sebastiano Rangeschi da Gubbio. Una folla di personaggi distratti assiste alla cerimonia che si svolge sotto l'arcata centrale di una loggia che occupa la metà superiore dell'affresco. Assiso sul faldistorio, il papa riceve sul camauro la tiara triregni dal cardinale arcidiacono, dopo che l'altro cardinale diacono gli ha tolto la mitra. La figura del papa è in stucco ad altorilievo e pastiglia dorata per far risaltare una parte altrimenti scarsamente visibile agli occhi dei fedeli. In basso gli spettatori vengono energicamente trattenuti da due alabardieri che cercano di mantenere libero un passaggio al centro da cui transiterà il corteo papale. Tra questi si notano molti volti caratterizzati, ed è fuori dubbio che molti di essi siano ritratti. I due giovinetti all'estremo destra della composizione sono Alessandro e Pier Francesco Piccolomini, i due figli minori di Andrea che commise l'affresco. La scena è caratterizzata da una certa rigidità nella divisione in parti, che rimanda a un gusto ancora quattrocentesco. Nonostante ciò alcuni elementi dinamici mostrano la volontà di adeguarsi alle novità artistiche del primo Cinquecento, soprattutto sulla scorta di Raffaello, presente a Siena verso il 1503: ad esempio i contrasti cromatici del gruppo degli araldi a sinistra, il languore assorto dell'alabardiere appoggiato all'asta, l'avanzare spedito del giovane in calze rosse. Nel 1977 Oberhuber arrivò a supporre una paternità raffaellesca per il disegno dell'intera scena, esclusa poi dal resto della critica. In ogni caso la personalità artistica del maestro urbinate dovette scuotere le certezze del maturo Pinturicchio, spingendolo verso un rinnovamento che si acquietò poi però negli anni seguenti, con la ripresa dei lavori nella Libreria Piccolomini.
Notizie storico-critiche
Vescovo di Siena e futuro papa Pio III, il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini nel 1492 commissionò la costruzione di un'aula destinata ad accogliere le preziosissime raccolte librarie dello zio, l'oramai defunto pontefice umanista Enea Silvio Piccolomini, da ricavarsi negli ambienti della canonica adiacenti al fianco sinistro del Duomo. La decorazione pittorica della Libreria venne affidata al Pinturicchio, pittore umbro che all'epoca era all'apice della fama, dopo i suoi successi nella Curia romana. Stipulato il 29 giugno 1502, il contratto fu pubblicato da Gaetano Milanesi come allegato al suo commento alla Vita di Bernardino Pinturicchio di Vasari. Entro il 1503 doveva essere stata completata la prima fase, con la volta e la griglia architettonica alle pareti. Esemplate sulla biografia di Giovanni Antonio Campano e sui Commentarii del pontefice, le storie di Pio II vennero riprese solo intorno al 1505, probabilmente con un nuovo contratto sottoscritto dagli eredi, del quale però non esiste traccia. Alla morte del committente, spettò agli eredi, i fratelli a Andrea e Giacomo, l'incarico di portare a compimento le pitture, così come stabilito nel testamento. Nel 1508 l'impresa dovette essere terminata, se in quella data Pinturicchio iniziò ad accettare altre commissioni dall'Umbria, pur restando nella città toscana. Tra i numerosi garzoni impiegati nell'impresa dovettero esserci anche il bolognese Amico Aspertini e il giovane Raffaello, che testimoniano la rilevanza dell'impresa, vero e proprio crocevia artistico dell'Italia centrale di quegli anni.
