Madonna con Bambino e San Giovannino tra i Santi Antonio abate e Agata

Autore:Cristoforo Roncalli detto il Pomarance
Oggetto:dipinto
Materia e tecnica:olio su tavola
Data:XVI (1576)
Misure:163 × 218 × 6 cm (larghezza × altezza × profondità)
Collocazione:Museo dell'Opera, Sala dell'Alfieri
Provenienza:Cattedrale di S. Maria Assunta, Altare di Sant'Antonio
Committenza:Ippolito Agostani, Rettore Opera della Metropolitana (27 Luglio 1576)

Descrizione


Il dipinto si presenta come una tradizionale sacra conversazione, in uno spazio absidale chiuso ai lati da elementi architettonici, con santi che sfoggiano i loro attributi tradizionali, dal porco selvatico e dal bastone del "tau" del monaco eremita Antonio Abate, alle mammelle raccolte in una coppa della martire Agata, alla piccola croce del Battista fanciullo, antecedente della croce astile della maturità. Cifra caratteristica di questa opera giovanile del Roncalli, da datare al 1576, è la grazia e la morbida armonia e calibrata convivenza delle figure, all'interno di uno spazio neutro, interrotto unicamente dall'inserzione del trono della Vergine che emerge garbatamente dall'oscurità del fondo. Come affermato anche dal Carli che parla per questo dipinto di "una delle più felici e aggraziate creazioni di questo Maestro, sotto il prevalente influsso del Beccafumi" (1989, p. 57). Il Roncalli, infatti, era stato introdotto nell'ambiente senese dall'Agostini, rettore del Duomo, nel cui palazzo, oggi Sergardi Bindi, l'artista doveva affrescare un salone con storie mitologiche. In particolare, il volto di Agata richiamerebbe l'Annunciata di San Martino a Sartiano. Ed è caratteristico anche il san Giovannino paffuto e cordiale, che precorre i putti successivi del Roncalli.

Notizie storico-critiche


L'esecuzione di quest'opera è da collocare nel soggiorno senese del Roncalli, quando gli fu commissionata dal Rettore del Duomo il 27 luglio 1576: l'artista sottoscrive l'accordo con Ippolito Agostini per la pala dell'altare di S. Antonio (il quarto a destra) e viene pagato 420 scudi. Il pittore si impegna a consegnare il dipinto nel mese di ottobre, ma la pala è terminata soltanto nel mese di dicembre 1576 (Archivio dell'Opera Metropolitana di Siena, vol. 726, libro creditori e debitori, c. 69). Il saldo dei 420 scudi avvenne con l'ultima rata dell'11 febbraio 1577. Nel corso del 1671, a seguito di un restauro radicale voluto da Celio Piccolomini il dipinto fu trasportato nella sagrestia del duomo. Nel 1869 fu collocato definitivamente nel museo, istituito in quell'anno. Anche il Mancini ricorda la tavola come opera giovanile secondo lui eseguita a Siena, dove l'artista si sarebbe recato per studiare lo stile del Beccafumi. L'opera è citata anche in un manoscritto Chigi del 1625 e nel 1649 da Ugurgieri Azzolini (II p. 376) che aggiunge notizie a proposito di un Cristo resuscitato che sarebbe stato dipinto dal Casolani nel frontespizio dell'ornamento della tavola, riferendosi probabilmente alla figura inclusa nella parte terminale della complessa architettura della cornice lignea. Il Chiappino Di Sorio fa riferimento ad un restauro effettuato nel 1980 e che aveva riportato l'opera ad ottime condizioni.

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