Inv. OA-3518, OA-3518a Il miracolo del giovane resuscitato dalla Croce, OA-3518b La presentazione della croce a Elena, OA-3518c L’apparizione dell’angelo all'imperatore Eraclio che conduce la Croce a Gerusalemme, OA-3518d Eraclio fa atto di umiltà e porta la Croce a Gerusalemme
Arliquiera
| Soggetto: | Storie della vera Croce/angeli |
|---|---|
| Autore: | Benedetto di Bindo |
| Oggetto: | Arliquiera |
| Materia e tecnica: | tempera e oro su tavola |
| Data: | sec. XV (1412) |
| Misure: | 191 × 273,5 × 6 cm (larghezza × altezza × profondità) Le misure si riferiscono ad entrambi gli sportelli che singolarmente misurano: 136,5x92,5 cm e 137x98,5 cm |
| Collocazione: | Museo dell'Opera, Sala Madonna Occhi Grossi |
| Provenienza: | cattedrale di S. Maria Assunta, Sacrestia, cappella di sinistra e cappella centrale (dal 1412) |
| Committenza: | Caterino di Corsino, Operaio dell'Opera della Metropolitana (1411-1412) |
Descrizione
Le quattro tavole in esame costituiscono parte degli sportelloni decorati per chiudere l’Arliquiera, o armadio per reliquie, in particolare, gli sportelli in esame sono costituiti da 4 tavole, collegate a 2 a 2, e recanti nel recto, ossia sulla faccia esterna ed esposta di quello che era l’armadio originario, rispettivamente, 4 riquadri con figure angeliche recanti cartigli che fanno riferimento, di volta in volta, ad una reliquia. Sulla faccia interna, invece, ciascuna tavola reca una scena tratta dalla Leggenda della Vera Croce, così come viene narrata nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. In particolare, le scene sulla storia della Vera Croce raccontano con colori vivaci e con un’immediatezza espressiva notevole alcuni episodi salienti del sacro racconto. Nelle tavole in esame si succedono le scene riguardanti la seconda fase della storia leggendaria: a seguito dello scavo nel luogo indicato dall’ebreo Giuda, vengono rinvenute tre croci e per verificare quale sia quella del martirio di Gesù una di queste viene imposta sulla salma di un giovane che era condotta su un cataletto per essere sepolta. Al contatto con il sacro legno, il giovane si ridesta dal suo sonno di morte, tra lo stupore degli astanti. La scena, in questo caso, è colta nel momento di maggiore pathos, sebbene la concitazione non sia all’apice. L’artista, infatti, trasmette la straordinarietà dell’evento attraverso l’affollarsi delle teste che gremiscono lo spazio esiguo, talvolta specificandone le fisionomie e le espressioni particolarmente caratteristiche, in un’ambientazione squisitamente rinascimentale, con l’inquadratura architettonica di un edificio in pieno stile quattrocentesco sullo sfondo. Il pannello successivo rappresenta il momento di presentazione della Croce alla Regina Elena, madre dell’imperatore Costantino, con l’ebreo Giuda che fa atto di conversione alla religione cristiana, mutando il suo nome in quello di Quiriaco, mentre la sovrana fa atto di adorazione. Anche in questo caso, torna un’inquadratura rigorosamente prospettica e con un’architettura di gusto squisitamente rinascimentale, ma vicina anche ai modi di Duccio e del Lorenzetti. La scena sfrutta la partizione quasi simmetrica dei due gruppi principali, con la sovrana affiancata dai suoi dignitari e rilucente della preziosità della corona-aureola, e dalla parte opposta gli ebrei che si prostrano di fronte a lei. Ambientate all’aperto, invece, sono le due scene successive con l’imperatore Eraclio che dopo aver sconfitto Cosroe re dei Persiani e essersi impossessato nuovamente della Croce, giunge in prossimità delle mura di Gerusalemme; e qui gli appare l’angelo con il cartiglio che recita «Di qui Cristo uscì per la Passione con umiltà e mansuetudine». Così Eraclio, nella scena seguente, si spoglia degli emblemi del suo potere, dalla corona d’alloro alla veste sontuosa, e fa atto di penitenza, indossando una semplice camicia ed è condotto entro le mura con una corda al collo, come un prigioniero. Pregevole in entrambe le scene è la resa delle mura turrite di gusto medievaleggiante; e in entrambe le scene l’artista reitera la collocazione laterale del gruppo, rispetto al possente inserto architettonico.L’intera figurazione è caratterizzata da un gusto evidentemente goticheggiante, anche nella preziosità dei dettagli sebbene talvolta ricorra una certa ingenuità compositiva. Si nota anche il ricorrere della figura dell’ebreo Giuda, figura cardine della narrazione.La gamma cromatica adottata nei pannelli riflette un gusto squisitamente tardo gotico, con timbri pastello, limpidi e brillanti e un costante ricorso all’oro per ingentilire ed impreziosire i dettagli. Anche i chiaroscuri sono resi cromaticamente, senza ombre decise e profonde, in una gradevole atmosfera da favola, che non eccede mai in apici drammatici.Per quanto riguarda le figure degli angeli, tipicamente gotici, invece, si assiste ad una omologazione più generalizzata delle espressioni e delle pose. Evidente un gusto per il grazioso e per la raffinatezza delicata delle vesti e delle acconciature.
Notizie storico-critiche
Le quattro tavole in esame costituiscono parte degli sportelloni decorati per chiudere l’Arliquiera, o armadio per reliquie, terminata nel 1412 per custodire le reliquie possedute dalla Cattedrale di Siena. Il Bacci (1944) riporta alcuni documenti relativi all’attività di Benedetto di Bindo a Siena e tra questi anche quello che riguarda specificamente la realizzazione degli sportelli dipinti per l’Arliquiera, ossia per l’armadio per reliquie da collocare nella cappella a destra rispetto alla centrale nella sagrestia del Duomo. Benedetto di Bindo lavorava per l’Opera del Duomo di Siena fin dal 7 febbraio 1411, quando riceve lire sei «per fattura de la Madonna che sta in Sagrestia», probabilmente con riferimento alla ridipintura di una statua lignea. Altri ricordi amministrativi si desumono dai libri dell’Opera del Duomo. Alla data del 20 aprile 1412 il pittore riceve 72 fiorini per il salario di un anno per un lavoro in sagrestia. Si legge infatti nell’atto di pagamento: «Benedetto di Bindo detentore de’ avere a dì 20 d’aprile fiorini setantadue sanesi abiamo mesi a nostra uscita a lui f.° 59, so’ per suo salaro d’uno ano à servito a dipegniare in sacrestia a due è bisogniato, detto salaro gli fe’ misser Chatherino di Corsino Hoperaio chome apare al libro longho segniato † f.° 59 e d’achordo ne furo insieme». È da supporre con il Bacci che il lavoro fosse consistito nell’affrescare le pareti delle tre cappelle della sagrestia. Tra il 26 aprile ed il 27 agosto si apre, invece, un nuovo accordo che verte la commissione principale per l’Arliquiera, per la quale Benedetto di Bindo lavorò per 4 mesi. Si legge: «MCCCCXII – Benedetto di Bindo dipintore die’ avere a dì 20 aprile [1412] fiorini tredici senesi, soldi quarantadue, denari oto restava avere a una sua ragione al Memoriale di me Mateo di Domeniche chamerlengho f.° 58 e a mia entrata f.° 21.E diè’ avere fiorini ventiquattro d’oro sanesi, a soldi 82 l’uno, sonno per quatro mesi ci à aitato a lavo[ra]re gli sportelli dell’Arliquiera di Sagrestia; incominciò insino a dì xxvj d’aprile 1412 e fini a dì xxvij d’agosto, anno detto, come apare a libricciuolo di Doccio di Jacomo nostro [fattore] a le giornate a f.° 61 e chosì appare al Memoriale di Misser Chaterino a la condotta del salaro a f.° 56 […]». Segue nel dettaglio la nota dei singoli pagamenti. Il Bacci afferma con certezza che alla data del 20 maggio 1412 i lavori di preparazione degli sportelli erano compiuti e con l’imprimitura pronta e pomiciata. Ci si accingeva quindi a preparare i colori a tempera. E per questa le uova occorrenti e altre sostanze per la tempera (forse anche per gli affreschi delle pareti della Sagrestia) venivano offerti da Doccio di Jacopo, fattore dell’Opera del Duomo, come testimoniato da altri documenti (Bacci, 1944). Sempre dai documenti dell’Opera del Duomo si evince che Benedetto di Bindo nel 1412 potè contare su alcuni collaboratori come Adamo di Maestro Niccolino o Colino d’Arcidosso, garzone dell’Opera, che si dice affiancò Benedetto nel «dipegniare in Sagrestia», quindi forse anche per i lavori dell’Arliquiera. Altro collaboratore fu Giovanni di Bindino di Cialli che espressamente si legge ebbe «a dipegniare l’Armadio di Sagrestia» (Bacci, 1944, pp. 216-217). Inoltre, lo scultore e pittore Lando di Stefano e Giusa di Frosino provvidero a stendere le parti in oro.Pertanto, come testimoniato dai documenti, fu l’operaio Caterino di Corsino tra il 1411 ed il 1412 a far costruire e collocare nella Sagrestia l’armadio che doveva contenere le reliquie della Cattedrale di Siena. Il prospetto dell’armadio era costituito da 8 sportelli suddivisi in trentadue scomparti nei quali erano collocate altrettante figure di angeli su fondo oro e recanti i cartigli con l’indicazione della reliquia custodita nello scomparto corrispondente. All’interno, invece, gli sportelli recano le scene tratte dalla Storia della Vera Croce, reliquia tra le reliquie, e della quale nel Duomo si conservava un frammento, sormontato da una croce di diaspro. Fu lo scultore Domenico di Niccolò dei Cori che il 7 giugno 1411 acquistò e fece segare per conto dell’Opera del Duomo il legno necessario per la realizzazione degli sportelloni. Nel 1416 il chiavaio Niccolò di Paolo muniva la cappella che conservava l’armadio di una cancellata di ferro. Il Carli suppone che l’intervento autografo di Benedetto di Bindo sia da riconoscere prevalentemente nelle scene con Storie della Vera Croce, mentre i collaboratori dovettero operare soprattutto dipingendo le figure angeliche, opera specialmente Benedetto di Bindino, come starebbe a dimostrare il confronto con le figure di Sante dipinte da questo pittore sulle pareti della cappella della Sagrestia alla destra della maggiore. In quanto alle storie della Vera Croce, sempre il Carli (1946, p. 59) nota la matrice squisitamente tardo gotica della figurazione di Benedetto di Bindo, non priva di un «qualche pizzico della ingenua rigidezza di un Bartolo di Fredi» e memore della lezione di Taddeo di Bartolo; ma all’artista lo studioso attribuisce comunque «un onorevole posto a lato, e forse al di sopra, dei più noti illustratori fiorentini dello stesso tema, come Agnolo Gaddi e Cenni di Francesco di ser Cenni». L’opera è citata come custodita nel Museo dell’Opera del Duomo già nel 1946.
