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Inv. OA-3511, OA-3511a nella Sinagoga di Gerusalemme, i savi, gli anziani, e il sommo sacerdote decidono di non svelare a Elena dov'é custodita la Vera Croce, OA-3511b Giuda viene presentato a Elena che minaccia gli ebrei di sottoporli alla prova del fuoco, OA-3511c Giuda sottoposto al supplizio del pozzo, OA-3511d Giuda indica il luogo dove é Sepolta La Vera Croce

Arliquiera

Arliquiera

Soggetto:Angeli, santi, profeti - Storie della vera Croce
Autore:Benedetto di Bindo
Oggetto:Arliquiera
Materia e tecnica:tempera e oro su tavola
Data:sec. XV (1412)
Misure:191 × 273,5 × 6 (larghezza × altezza × profondità)
Le misure si riferiscono ad entrambi gli sportelli che singolarmente misurano: 136,5x92,5 e 137x98,5
Collocazione:Museo dell'Opera, Sala Madonna Occhi Grossi
Provenienza:Cattedrale di S. Maria Assunta, Sacrestia, cappella di sinistra e cappella centrale (dal 1412)
Committenza:Caterino di Corsino, Operaio dell'Opera della Metropolitana (1411-1412)

Descrizione


Le quattro tavole costituiscono parte degli sportelloni dipinti destinati alla chiusura dell'Arliquiera, l'armadio reliquiario del Duomo di Siena. Gli sportelli sono formati da quattro tavole incernierate a coppie. Sul recto presentano quattro riquadri con figure angeliche recanti cartigli riferiti alle reliquie custodite nell'armadio, mentre sul verso sono raffigurati episodi della Leggenda della Vera Croce, secondo il racconto della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.
Le scene illustrano la prima parte della leggenda. Nel primo pannello, all'interno della Sinagoga, rappresentata come un edificio a cupola coronato da una loggetta ad archi trilobati, gli Anziani, i Savi di Gerusalemme e il Sommo Sacerdote, su consiglio dell'ebreo Giuda, decidono di non rivelare alla regina Elena, madre dell'imperatore Costantino, il luogo in cui è nascosta la Croce. L'impostazione prospettica e spaziale richiama modelli della pittura senese del Trecento, in particolare le soluzioni compositive di Pietro Lorenzetti e, in parte, di Duccio di Buoninsegna, attraverso una rigorosa scansione delle arcate, che conferisce profondità e ordine alla composizione.
Nel secondo pannello gli Ebrei, intimoriti dalle minacce della regina Elena, consegnano Giuda affinché venga interrogato. La composizione appare meno equilibrata rispetto alle altre e costituisce probabilmente l'episodio meno riuscito dell'intero ciclo.
Segue la scena del supplizio del pozzo, durante il quale Giuda viene calato nella cisterna alla presenza della sovrana e del suo seguito. La costruzione prospettica torna ad assumere un ruolo centrale, mentre la narrazione acquista maggiore dinamismo, soprattutto nella resa delle figure dei carnefici.
L'ultimo pannello raffigura il ritrovamento della Vera Croce, dopo che Giuda ha rivelato il luogo in cui era stata nascosta. Di particolare interesse è il fondale urbano, caratterizzato da una successione di edifici, merlature, archi e colonnine di gusto tardomedievale. Alla regolarità dello sfondo si contrappone il movimento del primo piano, animato dalla folla degli astanti e dallo scavo nel terreno, che diviene il principale elemento di organizzazione prospettica della scena. La ricerca espressiva risulta particolarmente evidente nella caratterizzazione di alcuni volti, come quello del personaggio che si affaccia nell'angolo superiore destro.
La gamma cromatica riflette il gusto tardogotico, con tonalità chiare e brillanti, frequente impiego dell'oro e un modellato affidato prevalentemente alle modulazioni del colore piuttosto che a forti contrasti chiaroscurali. Le figure angeliche del recto presentano una sostanziale uniformità nelle pose e nelle espressioni, mentre l'interesse dell'artista si concentra sull'eleganza delle vesti, sulla raffinatezza delle acconciature e sulla qualità lineare del disegno.

Notizie storico-critiche


Le quattro tavole in esame costituiscono parte degli sportelloni decorati per chiudere l’Arliquiera, o armadio per reliquie, terminata nel 1412 per custodire le reliquie possedute dalla Cattedrale di Siena. Il Bacci (1944) riporta alcuni documenti relativi all’attività di Benedetto di Bindo a Siena e tra questi anche quello che riguarda specificamente la realizzazione degli sportelli dipinti per l’Arliquiera, ossia per l’armadio per reliquie da collocare nella cappella a destra rispetto alla centrale nella sagrestia del Duomo. Benedetto di Bindo lavorava per l’Opera del Duomo di Siena fin dal 7 febbraio 1411, quando riceve lire sei «per fattura de la Madonna che sta in Sagrestia», probabilmente con riferimento alla ridipintura di una statua lignea. Altri ricordi amministrativi si desumono dai libri dell’Opera del Duomo. Alla data del 20 aprile 1412 il pittore riceve 72 fiorini per il salario di un anno per un lavoro in sagrestia. Si legge infatti nell’atto di pagamento: «Benedetto di Bindo detentore de’ avere a dì 20 d’aprile fiorini setantadue sanesi abiamo mesi a nostra uscita a lui f.° 59, so’ per suo salaro d’uno ano à servito a dipegniare in sacrestia a due è bisogniato, detto salaro gli fe’ misser Chatherino di Corsino Hoperaio chome apare al libro longho segniato † f.° 59 e d’achordo ne furo insieme». È da supporre con il Bacci che il lavoro fosse consistito nell’affrescare le pareti delle tre cappelle della sagrestia. Tra il 26 aprile ed il 27 agosto si apre, invece, un nuovo accordo che verte la commissione principale per l’Arliquiera, per la quale Benedetto di Bindo lavorò per 4 mesi. Si legge: «MCCCCXII – Benedetto di Bindo dipintore die’ avere a dì 20 aprile [1412] fiorini tredici senesi, soldi quarantadue, denari oto restava avere a una sua ragione al Memoriale di me Mateo di Domeniche chamerlengho f.° 58 e a mia entrata f.° 21.E diè’ avere fiorini ventiquattro d’oro sanesi, a soldi 82 l’uno, sonno per quatro mesi ci à aitato a lavo[ra]re gli sportelli dell’Arliquiera di Sagrestia; incominciò insino a dì xxvj d’aprile 1412 e fini a dì xxvij d’agosto, anno detto, come apare a libricciuolo di Doccio di Jacomo nostro [fattore] a le giornate a f.° 61 e chosì appare al Memoriale di Misser Chaterino a la condotta del salaro a f.° 56 […]». Segue nel dettaglio la nota dei singoli pagamenti. Il Bacci afferma con certezza che alla data del 20 maggio 1412 i lavori di preparazione degli sportelli erano compiuti e con l’imprimitura pronta e pomiciata. Ci si accingeva quindi a preparare i colori a tempera. E per questa le uova occorrenti e altre sostanze per la tempera (forse anche per gli affreschi delle pareti della Sagrestia) venivano offerti da Doccio di Jacopo, fattore dell’Opera del Duomo, come testimoniato da altri documenti (Bacci, 1944). Sempre dai documenti dell’Opera del Duomo si evince che Benedetto di Bindo nel 1412 potè contare su alcuni collaboratori come Adamo di Maestro Niccolino o Colino d’Arcidosso, garzone dell’Opera, che si dice affiancò Benedetto nel «dipegniare in Sagrestia», quindi forse anche per i lavori dell’Arliquiera. Altro collaboratore fu Giovanni di Bindino di Cialli che espressamente si legge ebbe «a dipegniare l’Armadio di Sagrestia» (Bacci, 1944, pp. 216-217). Inoltre, lo scultore e pittore Lando di Stefano e Giusa di Frosino provvidero a stendere le parti in oro.Pertanto, come testimoniato dai documenti, fu l’operaio Caterino di Corsino tra il 1411 ed il 1412 a far costruire e collocare nella Sagrestia l’armadio che doveva contenere le reliquie della Cattedrale di Siena. Il prospetto dell’armadio era costituito da 8 sportelli suddivisi in trentadue scomparti nei quali erano collocate altrettante figure di angeli su fondo oro e recanti i cartigli con l’indicazione della reliquia custodita nello scomparto corrispondente. All’interno, invece, gli sportelli recano le scene tratte dalla Storia della Vera Croce, reliquia tra le reliquie, e della quale nel Duomo si conservava un frammento, sormontato da una croce di diaspro. Fu lo scultore Domenico di Niccolò dei Cori che il 7 giugno 1411 acquistò e fece segare per conto dell’Opera del Duomo il legno necessario per la realizzazione degli sportelloni. Nel 1416 il chiavaio Niccolò di Paolo muniva la cappella che conservava l’armadio di una cancellata di ferro. Il Carli suppone che l’intervento autografo di Benedetto di Bindo sia da riconoscere prevalentemente nelle scene con Storie della Vera Croce, mentre i collaboratori dovettero operare soprattutto dipingendo le figure angeliche, opera specialmente Benedetto di Bindino, come starebbe a dimostrare il confronto con le figure di Sante dipinte da questo pittore sulle pareti della cappella della Sagrestia alla destra della maggiore. In quanto alle storie della Vera Croce, sempre il Carli (1946, p. 59) nota la matrice squisitamente tardo gotica della figurazione di Benedetto di Bindo, non priva di un «qualche pizzico della ingenua rigidezza di un Bartolo di Fredi» e memore della lezione di Taddeo di Bartolo; ma all’artista lo studioso attribuisce comunque «un onorevole posto a lato, e forse al di sopra, dei più noti illustratori fiorentini dello stesso tema, come Agnolo Gaddi e Cenni di Francesco di ser Cenni». L’opera è citata come custodita nel Museo dell’Opera del Duomo già nel 1946.

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