Inv. OA-4753
Tommaso Pecci
| Autore: | Federighi Antonio |
|---|---|
| Oggetto: | lapide sepolcrale |
| Materia e tecnica: | marmo scolpito |
| Data: | sec. XV (1459-1460) |
| Misure: | 177 cm (lunghezza) |
| Collocazione: | Museo dell'Opera, Galleria delle Statue |
| Provenienza: | cattedrale di S. Maria Assunta (fino al ante 1883) |
Descrizione
La lastra terragna raffigura il defunto, di mezza età e dal viso largo con guance flosce; indossa una veste lunga a mezza gamba, stretta in vita da una cintura, un lungo mantello chiuso da un colletto munito di bottoni, un copricapo a mazzocchio con ampi ricaschi che scendono a formare una mantellina sulle spalle. Tiene la testa appoggiata su un cuscino damascato e le braccia incrociate sul ventre; sotto si scroge un secondo cuscino, di cui vedono solo le nappe. Il cataletto ha le estremità curve.
Notizie storico-critiche
Munman osserva, come gli indica oralmente Enzo Carli, che la lastra si trova nel Museo dell’Opera del Duomo almeno dal 1883, quando fu annoverata nell’Inventario degli oggetti d’arte esistenti nella galleria dell’Opera delle Metropolitane di Siena compilato nel settembre di quell’anno: “Un rettore di questa Cattedrale scolpito in bassorilievo alla grandezza naturale per stare nella spazzo di d. chiesa. Sec. XV”. Munman nota che la fonte menziona un Rettore e non un Operaio, ma ritiene che si tratti di un errore del redattore ottocentesco, poiché è evidente che l’abbigliamento del defunto non coincide con quello tipico dei rettori dello Spedale di S. Maria della Scala. Si tratta probabilmente di un Operaio del Duomo, per la somiglianza del suo vestiario con quello dell’Operaio Cristoforo Felici, rappresentato sul suo sepolcro in S. Francesco e quasi coevo (1463). Li accomuna in particolare il copricapo dalla foggia a mazzocchio, con il lungo ricasco dietro le spalle; e la veste ha la stessa lunghezza. Tuttavia è strano che il defunto della lastra dell’Opera del Duomo non rechi la spada, distintivo della dignità cavalleresca automaticamente concessa agli operai. L’identificazione del soggetto raffigurato sulla lapide, essendo ormai perduta l’iscrizione, ha sempre costituito un problema, tuttora irrisolto. Torriti (1988, ed. 1992) lo classifica “ignoto personaggio, forse un magistrato”; in effetti il suo copricapo somiglia anche a quello, ad esempio, del giurista Mariano Sozzini, la cui effigie bronzea è ora attribuita a Francesco di Giorgio Martini. Gentilini (1989), basandosi sul ritrovamento di una foto Alinari (n. 66063) che reca una precisa indicazione, nomina il rilievo “dell’operaio Tommaso Pecci”, di conseguenza questo è il nome sotto cui generalmente viene indicata l’opera. Munman aveva sostenuto (opinione non pubblicata, e riferita da Enzo Carli, 1989, p. 19) che la lastra potesse raffigurare il rettore Urbano di Pietro del Bello, la cui lapide è documentata nella chiesa della SS. Annunziata ma scomparsa; tuttavia nel 1992 muta opinione e nel 1993 sostiene, in base a documenti da lui reperiti, che il giacente è l’operaio Mariano Bargagli; infatti da un documento trascritto dal Lusini (1939) risalente al 12 aprile 1455, si apprende che viene concessa a tale personaggio la cappella di San Bonifacio e che si permette “che vi possa l’Operaio far costruire la sua sepoltura”. Il Bargagli ricoprì il suo incarico dal 1449 al 1456 e commissionò a Urbano e Bartolomeo la decorazione di quella cappella, che sarà poi intitolata alla Madonna delle Grazie; è conseguente allora che commissionasse agli stessi artisti anche il suo sepolcro. Per tale ragione Munman è indotto ad anticipare la datazione del rilievo al 1455 circa e ad attribuirlo ad Urbano da Cortona, anche sulla base di una presunta somiglianza stilistica con l’effigie dell’operaio Cristoforo Felici in S. Francesco, eseguita da quel maestro. Le condizioni particolarmente buone del rilievo, secondo lo studioso, dipenderebbero dal fatto che esso fu rimosso nel XVII secolo al tempo della ricostruzione della cappella, che diverrà di patronato Chigi. Gentilini invece afferma di non riconoscere nella lastra i particolari grafismi di Urbano, e che l’esecuzione spetta alla bottega di Antonio Federighi, per ragioni stilistiche tra cui la particolare piega a ventaglio del mantello. Lo studioso infatti sottolinea l’interpretazione di caratteri federighiani tanto amplificata da avere esiti quasi neoquerceshi o protobarocchi, tipica di artisti a lui prossimi intorno agli anni ’60. Anche Bagnoli (1993) ribadisce questa ipotesi attributiva e anzi propende per riconoscervi il diretto intervento dello scultore, sottolineando inoltre la dipendenza dalla lastra Pecci eseguita da Donatello per il duomo. Chi scrive ritiene (2003) che sia più convincente l’attribuzione ad Antonio Federighi; particolarmente stringente è il confronto con il busto di Silvio Piccolomini n S. Francesco, nella forma ed espressione del volto; ma anche le pieghe sovrapposte dell’orlo inferiore della veste dell’Operaio somigliano a quelle del ricasco del turbante di Silvio sulla sinistra. Anche il panneggio a larghe pieghe piatte li accomuna. Le stesse somiglianze emergono anche nel raffronto con l’altorilievo del Collatino nel bancale della Loggia della Mercanzia.
