Divinità marine (Tritoni e Nereidi) che reggono un grande clipeo centrale con busto ritratto, immerse in un contesto marino popolato da amorini e animali.

Oggetto:Fronte di sarcofago
Materia e tecnica:marmo scolpito
Data:secc. II/ III d.C. (190-210)
Misure:176 × 50 × 10 cm (larghezza × altezza × profondità)
Collocazione:Museo dell'Opera, Atrio
Provenienza:cattedrale di S. Maria Assunta, lavabo della sacrestia

Descrizione


Rilievo raffigurante al centro il busto del defunto (o della defunta) entro una valva di conchiglia scanalata, sostenuta da tre genietti e da due divinità marine femminili seminude; tutt’intorno si dispongono Nereidi e Tritoni misti a genietti.

Notizie storico-critiche


Il rilievo costituisce il fronte di un sarcofago romano d’età ellenistica (epoca di Settimio Severo), come dimostrano la forma e l’effigie clipeata del defunto. Non è nota la data e la circostanza del suo reperimento, anche se una tradizione poco attendibile vorrebbe che provenisse da scavi effettuati sul terreno dove sorge il duomo. È comunque verosimile che sia sempre stato a Siena. Sicuramente l’opera era già nota nel XIII sec.; infatti, come ha notato Enzo Carli, fu vista da Nicola Pisano che si ispirò alla figura di spalle all’estrema destra per rappresentare una delle defunte risorgenti nella scena degli Eletti del pulpito (1265-68). Inoltre nel XV sec., come sottolinea Carlo Del Bravo, deve aver ispirato la tipologia dei busti nella valva di conchiglia adottati dal Federighi nel sepolcro dei genitori di Pio II Piccolomini (in S. Francesco, del 1459-60). Come sembra emergere dagli inventari dell’Opera, forse già a quel tempo il frammento era stato reimpiegato come lavabo della sagrestia del Duomo; ne fa menzione Fabio Chigi nel 1626 (“dove si lavan le mani i Preti una pietra intagliata anticamente del buon secolo, anzi un pilo assai grande”). Nel XVII sec. per volontà di Alessandro VII Chigi fu tolto dalla sagrestia e collocato sopra la porta del Duomo che metteva nella piazzetta antistante il Palazzo Episcopale. Nel 1730 Giovan Antonio Pecci disegna l’opera (n. 63) e afferma al suo tempo era sopra la porta da cui si accedeva alla bottega degli scalpellini sotto il portico del Duomo Nuovo. A suo avviso il soggetto è un sacrifizio di Fauni antico. Probabilmente già nell’Ottocento il frammento è stato musealizzato.

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