Madonna col Bambino

Autore:Urbano di Bartolomeo da Cortona
Oggetto:Tondo
Materia e tecnica:marmo scolpito
Data:sec. XV (1452-1467)
Misure:18 × 80 cm (spessore × diametro)
Collocazione:Museo dell'Opera, Atrio
Provenienze:cattedrale di S. Maria Assunta, coronamento cappella Madonna delle Grazie
Cattedrale di S. Maria Assunta, Cappella del Voto
Committenza:Bargagli Mariano Operaio (1451, erezione della cappella della Madonna delle Grazie)

Descrizione


Tondo privo di cornice che presenta l’effigie della Madonna dalla vita in su che sostiene il Bambino eretto su un cuscino, trattenendolo con entrambe le mani e inclinando il volto a destra verso il figlio. Il Bambino, in posa leggermente ancheggiante, con la sinistra stringe la mano della madre e con la destra le cinge il collo. Entrambe le figure, dallo sguardo vacuo e assente, hanno un’aureola liscia rilevata.

Notizie storico-critiche


L’opera, che era di proprietà di un collezionista privato, è stata acquistata nel 1983 dal Monte dei Paschi di Siena, che poi ne ha fatto dono al Museo dell’Opera del Duomo. Enzo Carli (1984) suppone che potesse essere stata inserita nel coronamento del prospetto della Cappella di S. Maria delle Grazie, eretta tra 1451-1459 da Urbano da Cortona e smembrata nel 1658-60. Infatti Alfonso Landi (1655, ed. 1992, p. 48) descrive sulla cappella un cerchio “per ripieno del quale vi è un tondo intagliatovi dentro la Madonna col Bambino in braccio retto da due Angioli”. Il rilievo mostra forme larghe, sintetiche e piatte, volti inespressivi e semplificazioni nel panneggio, tutti elementi tipici dell’arte di Urbano; le mani gonfie e rigide, secondo Gentilini (1989), imitano quelle della donatelliana Madonna del Perdono. Lo studioso afferma, basandosi sui documenti e inventari della cattedrale, che la cappella della Madonna delle Grazie fu eseguita per la maggior parte verso il 1458-59 ad eccezione del coronamento, successivo al 1467. A tale completamento apparterrebbe dunque anche quest’opera, che denota una svolta di Urbano verso forme più dilatate e ammorbidite. Lo stesso Gentilini nel 1993 ha ribadito che l’opera appartiene forse all’arte tarda di Urbano oppure al meno dotato fratello Bartolomeo.

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