Articoli del Credo - Dio da Dio - Luce da Luce - Dio vero da Dio vero

Autore:Benedetto di Bindo
Oggetto:sportello di armadio
Materia e tecnica:tempera e oro su tavola
Data:sec. XV (1410-1415)
Misure:57,5 × 46.5 × 4 cm (larghezza × altezza × profondità)
Collocazione:Museo dell'Opera, Sala Madonna Occhi Grossi
Provenienza:cattedrale di S. Maria Assunta, sagrestia
Committenza:Caterino di Corsino, Operaio dell'Opera della Metropolitana (1404-1406)

Descrizione


La tavola raffigura Dio Padre, coronato e benedicente, posto alle spalle di Cristo, secondo una composizione assiale riferita all'articolo del Credo «Deum de Deo, Lumen de Lumine, Deum verum de Deo vero», riportato in caratteri gotici dorati sulla fascia rosso-bruna dipinta lungo il margine inferiore. Le due figure sono circondate da una schiera di serafini dalle ali rosse, disposti a formare una sorta di mandorla, mentre raggi dorati si irradiano attorno al capo di Cristo. La scena si staglia su un fondo oro punzonato, delimitato da una cornice decorata a motivi impressi. La composizione è dominata dai toni dell'oro, del rosso e del bruno, cui si contrappongono le vesti chiare delle figure sacre, accentuandone la centralità. La figurazione della tavoletta mostra una fedeltà ancora a canoni arcaici, specialmente attraverso il ricorso al fondo oro e al rigido trattamento delle pieghe e delle onde delle vesti. Tuttavia è innegabile una ricerca prospettica, specialmente nello scorcio dei volti e nell’impiego dei cauti chiaroscuri. Altrettanto pregevole è l’espressività dei volti, sebbene ancora si rimanga nell’alveo della tradizione iconica medievale.

Notizie storico-critiche


La tavoletta appartiene al ciclo delle nove tavolette raffiguranti gli Articoli del Credo, realizzate per la decorazione di un armadio della sagrestia del Duomo di Siena, probabilmente destinato alla custodia dei libri liturgici. Le opere sono ricordate da Enzo Carli tra quelle conservate presso il Museo dell’Opera del Duomo di Siena (Carli, 1946, p. 62), il quale ne ricostruì anche la funzione originaria e la collocazione antica. La documentazione d’archivio conferma che il ciclo doveva essere già compiuto nel 1412: la Cronaca del Bisdomini registra infatti che il 10 maggio di quell’anno l’Operaio Caterino di Corsino provvide alla realizzazione di una «tenda di taffettà di grana» destinata a proteggere le tavolette. Un inventario del 1482 ne precisa inoltre la collocazione «sopra al banco dove si parano i preti» (Carli, 1989), fornendo un’importante indicazione sulla loro originaria sistemazione all’interno degli ambienti della cattedrale.
Per la precocità della datazione, il ciclo riveste un ruolo particolarmente significativo nella cultura figurativa senese del primo Quattrocento, costituendo la prima attestazione nota della rappresentazione completa del Credo nell’arte senese e precedendo le celebri tarsie con gli articoli della fede realizzate da Domenico di Niccolò per il coro della cappella del Palazzo Pubblico, avviate nel 1415 (Carli, 1946).
La complessa vicenda attributiva delle tavolette riflette il dibattito critico sviluppatosi nel corso del Novecento intorno alla pittura senese del primo Quattrocento. In origine il ciclo fu riferito a Taddeo di Bartolo, attribuzione sostenuta da Edgell (1932), Berenson (1932), Thieme-Becker (1938) e Toesca (1951), e successivamente ripresa da Symeonides (1965). Nel 1946, tuttavia, Enzo Carli propose il nome di Nicola di Naldo, pittore originario di Norcia e seguace di Taddeo di Bartolo, fondando la propria ipotesi sulle affinità stilistiche con le Allegorie della cappella dei Liri (o Libreria) nella sagrestia del Duomo, documentate all’artista nel 1410. Secondo Carli, inoltre, alcuni pannelli appartenenti alla medesima serie si sarebbero conservati nella collezione Schloss Rohoncz, provenienti dalla raccolta Saulmann di Firenze; tale proposta attributiva fu mantenuta dallo studioso anche nel 1976.
Una diversa interpretazione fu avanzata da Cesare Brandi (1949), che riferì il ciclo a Benedetto di Bindo, artista senese attivo nei primi decenni del Quattrocento, ipotesi successivamente accolta anche da Boskovits. Lo stesso Carli, nel volume del 1989 dedicato al Museo dell’Opera Metropolitana, modificò nuovamente la propria posizione tornando all’attribuzione a Taddeo di Bartolo. Gli studi successivi hanno tuttavia progressivamente consolidato la proposta di Brandi, riconoscendo nelle tavolette un’opera di Benedetto di Bindo, attribuzione oggi generalmente accolta dalla critica e adottata nella più recente letteratura storico-artistica.

Iscrizione


DEUM DE DEO LUMEN DE LUMINE DEUM VERUM DE VERO DEO

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