Inv. OA-4525
Nozze di Cana
| Autore: | Duccio di Buoninsegna |
|---|---|
| Oggetto: | scomparto di polittico dipinto |
| Materia e tecnica: | tempera e oro su tavola |
| Data: | sec. XIV (1308-1311) |
| Misure: | 46,5 × 43,5 cm (larghezza × altezza) |
| Collocazione: | Museo dell'Opera, Sala di Duccio |
| Provenienza: | cattedrale di S. Maria Assunta, Altare maggiore. Dal 1506 la pala fu appesa a una parete del transetto sinistro. Nel 1771 la tavola fu segata in due, la parte anteriore fu collocata nella cappella di sant'Ansano, la parte posteriore nella cappella di san Vittore, i pannelli delle predelle e dei coronamenti furono posti in sacrestia (fino al 1878) |
| Committenza: | Opera del Duomo, operaio Jacopo del fu Gilberto Mariscotti (1308) |
Descrizione
Per la scena del miracolo Duccio realizza una stanza con soffitto ligneo, sulla sinistra della quale si apre una fuga di porte ad arco acuto che immettono nell'interno della casa. Attorno al tavolo del banchetto nuziale siedono Pietro e Andrea, con le aureole, e quattro figure maschili tra cui lo sposo. La Madonna a sinistra, si rivolge Gesù e con la gestualità esprime la sua preoccupazione perchè hanno terminato il vino. Gesù risponde sollevando una mano per rassicurarla. In tutti i commensali vi è grande attesa, mentre in basso sulla sinistra i servi stanno riempendo le idrie. Il miracolo si è compiuto. Duccio ha interpretato liberamente il testo di Giovanni (2, 11). Grande attenzione è data alla resa dei particolari: sulla mensa apparecchiata con una tovaglia bianca (tipica tessitura senese), bicchieri con il vino, boccali e brocche proprie della ceramica senese. Il mondo bizantino ha assunto l'aspetto di un ambiente toscano. Si noti come gli invitati indossino abiti orientali, mentre i servi abiti moderni.
Notizie storico-critiche
La Maestà di Duccio di Buoninsegna fu eseguita per l'altare maggiore del Duomo di Siena tra il 1308 e il 1311. Si trattava di una grandiosa pala d’altare dipinta su entrambi i lati, completata da una predella nella parte inferiore e da un coronamento in quella superiore, il tutto sormontato da cuspidi che raffiguravano angeli a mezzo busto. Antichi documenti d’archivio e una tavoletta dipinta del 1483 rivelano che l’opera non era solo un dipinto, ma un vero apparato scenografico: sulla struttura era montato un complesso meccanismo in ferro e legno con tendaggi e angeli mobili che scendevano verso il sacerdote per porgergli l'ostia, il calice e il corporale durante la liturgia. La solennità dell'opera è testimoniata dalle cronache dell'epoca, che raccontano come il 9 giugno 1311 la tavola venne accompagnata in Duomo da una processione trionfale che coinvolse l'intera cittadinanza. Nonostante la sua importanza, la fortuna critica della Maestà ha subito lunghe pause. Dopo le menzioni del Vasari, l'opera cadde nel silenzio fino alla fine del Settecento, per poi essere riscoperta e studiata sistematicamente solo a partire dalla fine dell'Ottocento, quando fu trasferita nel Museo dell'Opera del Duomo. Questo capolavoro ha vissuto un percorso conservativo tormentato: nel 1506 fu spostata dal suo altare originario per far posto al ciborio del Vecchietta e, nel 1771, subì il danno peggiore quando venne smembrata e segata in due parti. In quell'occasione, la facciata anteriore e quella posteriore furono separate e collocate in cappelle differenti, mentre i pannelli minori della predella e del coronamento finirono in sacrestia, andando in parte dispersi. Nella sua collocazione originale la Maestà era isolata e visibile da ogni lato. Il fronte principale accoglieva i fedeli con la Madonna in trono e il Bambino circondati da una corte di santi e angeli, mentre il lato posteriore, rivolto verso il coro, narrava in ventisei scene le storie della Passione di Cristo. Per queste raffigurazioni Duccio attinse ai Vangeli canonici, inserendo però l'episodio della Discesa al Limbo tratto dai testi apocrifi. Il complesso sistema narrativo si completava con le storie dell'infanzia di Gesù e della sua vita pubblica nelle predelle, mentre i coronamenti illustravano la morte della Vergine sul lato anteriore e gli episodi successivi alla Resurrezione su quello posteriore. Molti di questi pannelli sono oggi lontani da Siena, custoditi in prestigiosi musei internazionali come la National Gallery di Londra o la National Gallery of Art di Washington, testimoni frammentari dell'immensa ricchezza dell'ancona originaria.enuta da due pilastri laterali a sezione quadrata. Ma se la critica moderna ha prodotto una vastissima letteratura su Duccio e la sua Maestà, questo non è avvenuto in tempi più remoti. A partire dal Vasari e fino alla fine del Settecento non si hanno infatti notizie di questo capolavoro. Solo con il Della Valle e il Lanzi il nome di Duccio riappare nella letteratura artistica senese e solo con l’esposizione permanente della Maestà nel Museo dell’Opera a partire dal 1878 si da avvio ad una nuova e ampia tradizione critica legata a Duccio e alla sua opera, considerata uno dei massimi capolavori della pittura italiana su tavola di inizio Trecento. Ed ecco che risulta più chiaro il continuo peregrinare di questa grande ancona, che subì nel corso dei secoli vicende alterne. Nel 1506 fu spostata e appesa in una parete del transetto sinistro e sostituita con il ciborio bronzeo del Vecchietta, tanto che nel 1536 è infatti documentata presso l'altare di San Sebastiano. In seguito, nel 1771, la tavola fu smembrata e segata in due: la parte anteriore fu posta nella cappella di sant'Ansano, nel transetto sinistro, la parte posteriore nella cappella di san Vittore, nel transetto destro, e gli scomparti delle predelle e dei coronamenti furono collocati in sacrestia. Nel 1878 la tavola fu ricomposta, almeno per ciò che riguarda i due grandi scomparti centrali e i restanti pannelli, e collocata nel Museo dell'Opera dove tutt'ora è esposta. Nella sua collocazione originaria la Maestà era visibile da ogni lato. Sul fronte anteriore era raffigurata la Madonna in trono con il Bambino attorniata da santi e angeli, su quello posteriore si trovavano raffigurate in 26 scene le storie della Passione di Cristo. La fonte per le scene della Passione si fonda sulla lettura dei Vangeli canonici, a parte un’unica scena, quella della Discesa al Limbo, dove la fonte testuale è da identificarsi nel Vangelo apocrifo di Nicodemo. Nella predella anteriore, di cui oggi rimangono nel Museo dell’Opera cinque scene, è presentata l'infanzia di Gesù, in quella posteriore, composta solo da due scene, storie della vita pubblica di Cristo. Per quanto riguarda i coronamenti rimangono, ridimensionati rispetto alle misure originali, sei pannelli nella parte anteriore e sei nella posteriore. Il coronamento anteriore, ispirato alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, presenta le storie della morte e dei funerali della Vergine; quello posteriore illustra invece storie di Cristo dopo la resurrezione. A partire dalla metà dell'Ottocento abbiamo inoltre notizie dei pannelli oggi mancanti e conservati in vari musei o collezioni private: Tentazione sul monte (Frick Collection, New York), Vocazione di Pietro e Andrea (National Gallery of Art, Washington), Cristo e la samaritana (Collezione Thyssen-Bornemisza, Madrid), Guarigione del cieco e trasfigurazione (National Gallery, Londra), Resurrezione di Lazzaro (Kimbell Art Museum, Texas), Annunciazione (National Gallery, Londra), Natività con Isaia e Ezechiele (National Gallery of Art, Washington), quattro tavolette con mezze figure d'angeli (Collezione Johnson a Philadelphia, Mount Holyoke College nel Massachusets, Collezione Stoclet a Bruxelles, Collezione J.H. van Heeck di s'Heerenbergh in Olanda). "
