Inv. OAd-4539
Madonna di Crevole
| Autore: | Duccio di Buoninsegna |
|---|---|
| Oggetto: | dipinto |
| Materia e tecnica: | oro e tempera su tavola |
| Data: | sec. XIII (1283) |
| Misure: | 60 × 89 cm (larghezza × altezza) |
| Collocazione: | Museo dell'Opera, Sala di Duccio |
| Provenienza: | Murlo, Pieve di Santa Cecilia a Crevole |
Descrizione
La tavola raffigura la Madonna con la testa reclinata a tre quarti e un Bambino che allunga il braccio destro per toccare teneramente il velo della madre. Due piccoli angeli compaiono negli angoli superiori della tavola. L'impostazione è quella della Madonna Odigitria della tradizione bizantina, con la variante del tenero gesto del figlio che accarezza la madre, la cui espressione triste è dovuta alla premonizione del destino di sacrificio e morte di Gesù, simboleggiata dall'apparizione degli angeli. La tavola è molto simile, nell'impostazione generale, alla Madonna esposta nel Museo di Santa Verdiana a Castelfiorentino (Firenze) ed attribuita a Cimabue. Tale somiglianza suffraga la teoria, formulata anche sulla base di altri indizi ben più solidi, che il giovane Duccio di questi anni fosse un allievo del più anziano Cimabue. Al di là di questa somiglianza, i volti della Madonna e del Bambino sono molto più delicati ed umanizzati nella tavola di Duccio. Il volto di Maria è più allungato e ha gli occhi più vicini tra loro, ma è anche la maggior delicatezza pittorica a fare la differenza (si confrontino le fossette sopra la bocca e i dorsi dei due nasi). Anche il volto di Gesù è più morbido e meno spigoloso, con un caratteristico naso a patatina. La velata trasparenza della sua veste e l'intimo gesto con il braccio destro verso la madre, ben diverso dallo sgarbato smanacciare di quello di Cimabue, contribuiscono a rendere la sua figura più delicata. Questa percettibili differenze mostrano il progressivo distacco dello stile di Duccio da quello di Cimabue in questi anni, distacco che appariva quasi impercettibile nella precedente Madonna Gualino di Duccio (1280-1283) di carattere decisamente cimabuesco. Un ulteriore distacco dal maestro Cimabue avverrà con la successiva Madonna Rucellai (1285) dove Duccio introdurrà elementi gotici che mai caratterizzeranno invece l'opera di Cimabue. Tornando alla Madonna di Crevole, le sfumature chiaroscurali dei volti hanno invece risultati analoghi a quelli raggiunti da Cimabue, anche se l'esecuzione basata sui sottili filamenti cimabueschi è qui di una finezza tale da far apparire una patinatura omogenea sulla pelle dei due personaggi. Se questa raffinatezza figurativa esalta l'opera di Duccio, ben diverso è il discorso se si valuta il panneggio, che appare qui meno curato. Se da una parte i manti di Maria sono identici, tale da far supporre che l'allievo Duccio sia intervenuto per dipingere anche quello di Cimabue, il confronto tra i panneggi di Gesù pone gli autori molto più in contrasto. Le numerosissime pieghe sono qui rese senza alcuna attenzione per la provenienza delle fonti di luce e conseguentemente la figura ha una minore rotondità volumetrica.
Come nella Madonna Gualino dello stesso Duccio, gli angeli negli angoli superiori della tavola sono minuscoli, sproporzionatamente piccoli e senza corrispondenza spaziale rispetto alle due figure centrali. Ben diverso era il discorso per gli angeli di Cimabue, quando presenti, come nella Maestà del Louvre del 1280 circa. La ricerca di un'adeguata volumetria delle figure e di una profondità spaziale non erano ancora caratteristiche di Duccio. Ma è piuttosto la sua dolcezza figurativa che stava emergendo in questi anni. Duccio stava ancora seguendo gli insegnamenti del maestro, ma il suo stile andava ormai diversificandosi, acquisendo una raffinatezza unica nel panorama artistico del tempo e che contraddistinguerà sempre Duccio rispetto ai suoi contemporanei.
Notizie storico-critiche
"Capolavoro" (come lo definì Brandi) forse anteriore alla Madonna Rucellai per la mancanza di evidenti aspetti gotici, quest’opera appare quasi uguale per iconografia e composizione alla Madonna di Castelfiorentino di Cimabue, a tal punto da sembrare eseguita simultaneamente con questa. Le due tavole potrebbero, dunque, derivare da uno stesso prototipo bizantino, come sembra anche dal carattere iconico della scena. La tavola di Duccio, come scrivono Bellosi e Ragionieri, è "uno dei momenti più alti e più impegnati della sua arte, in cui la dolcezza della pittura non diminuisce in nulla la profonda serietà espressiva del volto". Certo, la somiglianza con la Madonna di Cimabue conferma l’opinione di Roberto Longhi, ossia che Duccio non fosse solo allievo, "ma quasi creato di Cimabue", il pittore più importante del momento in area centro-italiana. Straordinarie la qualità artigianale e tecnica e l’equilibrio tra le figure e il fondo d’oro. La scala cromatica è semplice e tuttavia raffinatissima, come il particolare delle pieghe d’oro del manto della Vergine che danno risalto agli incarnati e ai colori più chiari del Bambino. Il punto di vista situato a distanza ravvicinata e il carattere intimo della scena farebbero pensare a un’opera devozionale destinata all’altare maggiore di una piccola chiesa.
"La tavola proviene dalla Chiesa di Santa Cecilia a Crevole. Fu esposta per la prima volta nel 1904 alla ""Mostra di arte antica senese"" come opera della maniera di Duccio ma nel 1905 Coletti la riferì senza dubbio al giovane Duccio. A questa tesi aderirono la maggior parte degli studiosi del tempo : Lusini (1913), Van Marle (1924), Soulier (1929), Weigelt (1930), Procacci (1932), Gamba (1933-34), Sandberg Vavalà (1934). Vi furono però studiosi di parere diverso che credevano l'opera di un artista senese vicinissimo a Duccio, come ad esempio Toesca (1927), o che assegnavano la tavola alla bottega di Duccio, come Cecchi (1928) e Hautecoeur(1931). Adolfo Venturi (1907) scrisse che ""certe debolezze ....ci avvertono che .....è un opera di un primitivo scolaro di Duccio...). A seguito della prese di posizione netta da parte di Longhi (1948) sulla paternità di Duccio, la critica unanime ritenne la tavola di Crevole opera giovanile di Duccio, a parte lo Stubblebine (1979) che la staccava dal catalogo di Duccio per attribuirla ad un ipotetico ""Maestro di Crevole"". Bellosi infine, nella sua recente scheda per il catalogo della mostra (2003), ritiene la Madonna di Crevole affine ad un'altra opera di Duccio : la Madonna di Castelfiorentino, conservata nel Museo di Santa Verdiana."
