Inv. OA-3001
Madonna col Bambino in trono e due angeli tra i Santi Giovanni Evangelista, Nicola da Bari, Gregorio e Girolamo
| Autore: | Matteo di Giovanni |
|---|---|
| Oggetto: | dipinto con predella |
| Materia e tecnica: | tempera su tavola, oro su tavola |
| Data: | sec. XV (1486) |
| Misure: | 242,5 × 187,5 × 6,5 cm (larghezza × altezza × profondità) predella 38 x 294 x 10,5 cm |
| Collocazione: | Museo dell'Opera, Sala dell'Alfieri |
| Provenienza: | Cattedrale di S. Maria Assunta, Cappella Celsi |
| Committenza: | Famiglia Celsi (1479) |
Descrizione
Della maestosa pala d’altare eseguita per la cappella Celsi nel Duomo di Siena nel 1480, come riportato nell’iscrizione in calce al dipinto, resta la grande tavola centrale e la predella sottostante, a 5 scomparti. Nell’elemento principale, la Vergine in trono con il bambino è affiancata da sinistra a destra da San Giovanni Evangelista, San Nicola di Bari, San Gregorio e San Girolamo. I quattro santi sono dotati di alcuni degli attributi consueti. San Giovanni Evangelista, che in questo caso appare come un uomo anziano, reca il vangelo e la penna d’oca con cui l’ha vergato; San Nicola in veste di vescovo di Mira e con le tre sfere d’oro che ricordano il miracolo delle tre borse di monete d’oro donate a tre povere fanciulle; San Gregorio in veste di pontefice, con gli attributi pontificali e con la penna d’oca ed il libro, che ricordano la sua attività di autore dei Dialoghi e delle Lettere; infine San Girolamo, sprovvisto stavolta del leone, ma in veste cardinalizia e anch’egli con gli attributi che ricordano la sua attività di esegeta e traduttore della Bibbia. Nella predella, invece, ricorrono 5 episodi che si riferiscono ai personaggi religiosi che popolano la tavola. Da sinistra a destra: il martirio di S. Giovanni Evangelista immerso nell’olio bollente; il miracolo di San Nicola che dona le monete d’oro alle fanciulle povere; la resurrezione di Cristo di fronte ad una tomba bizantina; Gregorio Magno che guida la processione dei cardinali durante la peste di Roma e S. Girolamo eremita con il leone. Fin dal 1946, il Carli parlava di questa come di un’opera che “pur non essendo tra i capolavori di Matteo di Giovanni, è tuttavia opera assai notevole per la robusta e monumentale plasticità dei quattro Santi e per la gentilezza malinconica della Vergine, armoniosamente composta sotto l’arcata marmorea del trono”. E il giudizio permane simile anche nella guida del 1989, quando lo studioso parla del dipinto come di una testimonianza dello stile avanzato dell’artista “nella plasticità un po’ greve” dei santi con la quale contrasta “l’esile grazia lievemente appassita della Madonna”.Effettivamente nella tavola emerge una certa gravità, acuita dal trattamento dello spazio, saturato dalle figure, in una soluzione claustrofobia, osservata anche da Erica Susanna Trimpi.
Notizie storico-critiche
La pala fu eseguita da Matteo di Giovanni per la cappella della famiglia Celsi, dedicata a San Nicola di Bari e situata nella navata destra della Cattedrale di Siena. Dell'originario complesso pittorico si conservano la tavola principale e la predella, mentre risultano perduti gli elementi laterali e il probabile coronamento, come ricostruito da Erica Susanna Trimpi (1991), al quale si deve un approfondito studio delle vicende storiche e della struttura dell'opera.
La cappella apparteneva al patronato della famiglia Celsi, documentato da testimonianze epigrafiche e archivistiche. La particolare posizione assegnata a San Nicola, raffigurato immediatamente alla destra della Vergine, sottolinea la dedicazione dell'altare. Le iscrizioni costituiscono una fonte importante per la ricostruzione delle vicende del dipinto. Trimpi ha esaminato quelle presenti nell'aureola e lungo il manto della Madonna, ritenendole in parte rielaborazioni di iscrizioni precedenti o aggiunte durante successivi interventi di restauro. Particolare rilievo assume l'iscrizione alla base del trono, che reca la data 1480, già ricordata nel XVII secolo da Fabio Chigi e dal Landi. Quest'ultimo trascriveva inoltre un'iscrizione relativa al sepolcro e al patronato della cappella, pertinente alla famiglia Celsi.
Lo smembramento del complesso avvenne in epoca imprecisata, ma già Ettore Romagnoli ricordava la tavola e la predella nella sagrestia della Cattedrale. Entrambi gli elementi subirono interventi di restauro che alterarono alcune parti della superficie pittorica, come documentato dalle ridipinture segnalate dalla critica. Anche la predella presenta modifiche strutturali, tra cui la riduzione del margine superiore e la perdita degli elementi lignei che originariamente ne scandivano l'articolazione.
Enzo Carli, a partire dalla guida del Museo dell'Opera del Duomo del 1946 e nelle successive edizioni del 1976 e del 1989, riconobbe nella pala una testimonianza significativa della maturità artistica di Matteo di Giovanni, sottolineando il contrasto tra la solida monumentalità dei quattro santi e la delicata figura della Vergine, caratterizzata da un'eleganza lineare ancora legata alla tradizione gotica senese.
La composizione rivela infatti una ricerca di monumentalità e di organizzazione prospettica dello spazio, evidente soprattutto nell'architettura del trono, che accoglie le figure entro una struttura marmorea di gusto rinascimentale. La disposizione ravvicinata dei santi determina una forte concentrazione della scena, mentre la ricchezza dei paramenti, la preziosità degli ornamenti e la vivacità cromatica testimoniano la persistente attenzione dell'artista per gli aspetti decorativi della tradizione senese.
Nella predella il linguaggio pittorico assume caratteri più narrativi, con scene costruite attraverso un'attenta definizione degli spazi architettonici e paesaggistici. Particolarmente significativa è la raffigurazione della Resurrezione di Cristo, nella quale il Redentore appare davanti alla porta aperta di un sepolcro monumentale. Trimpi (2005) ha richiamato l'attenzione sull'originalità di questa soluzione iconografica rispetto alla tradizione senese quattrocentesca, ipotizzando un possibile riferimento al linguaggio figurativo del Vecchietta. Nelle altre scene si riconoscono la cura dei particolari naturalistici, la vivacità degli episodi e l'interesse per la rappresentazione degli ambienti.
L'opera si colloca nella fase matura dell'attività di Matteo di Giovanni, quando il pittore aveva ormai elaborato un linguaggio personale nel quale convivono reminiscenze tardogotiche, suggestioni della cultura fiorentina e una crescente attenzione alla resa plastica delle figure. In particolare, nelle scene della predella sono stati riconosciuti riferimenti alla lezione di Donatello e del Pollaiolo. La pala costituisce pertanto una testimonianza significativa della pittura senese dell'ultimo quarto del XV secolo e dell'attività dell'artista per la decorazione degli altari della Cattedrale.
